Innamorati del territorio

Benvegnuda Pincinella: la stregoneria ritorna….

“La stessa esistenza di un Tribunale tanto sciocco, tutt’altro che santo, fu possibile perché mancò ogni forza mentale attorno ad esso. Non ci fu in realtà nessuna eresia da combattere”

A. Castro

Gambe gonfie? Lavaggi con latte, camomilla e rosa bolliti

Costipazione? Decotto di sambuco

Questi i consigli che vi avrebbe dato Benvegnuda Pincinella, guaritrice-fattucchiera di Nave, condannata al rogo nel 1518 con l’accusa di stregoneria.

 

 

Sono anni duri questi per una donna fuori dagli schemi sociali del tempo come Pincinella. Lutero, al nord, ha appena sferrato l’ennesimo colpo all’unità della Chiesa di Roma, e l’inquisizione cattolica ha avuto una recrudescenza. Anche Brescia, nonostante l’Inquisizione romana sia più “lieve” di quella spagnola, non ne è immune, infatti pochi giorni prima dell’esecuzione di Pincinella in Valcamonica sono state mandate al rogo 8 persone accusate di partecipare al Sabba in presenza del demonio al Passo del Tonale.

 

 

Pincinella, la cui attività di guaritrice gode di una certa fortuna sia tra la classe popolare che tra i ceti più elevati, viene processata una prima volta nel 1509 ad indossare l’abito infamante ovvero un saio con delle croci rosse e a mendicare il perdono dei parrocchiani. Tuttavia, contravvenendo al decreto, continua a esercitare e si reca anche in Trentino per curare un infermo. Così, nel 1518, l’Inquisizione, su delazione di un compaesano di Pincinella, comincia a raccogliere prove contro la presunta strega, all’epoca dei fatti già sessantenne. I testimoni sono tutti ex pazienti di Pincinella, il notaio del luogo che si rivolse a lei per avere la ragazza di cui era innamorato, l’ex podestà di Brescia la cui figlia è guarita con un decotto di erbe e una ragazza la cui madre in fin di vita è stata salvata da Pincinella. Le prove sono sufficienti per arrestare Pincinella.

In carcere, probabilmente sotto minaccia o l’azione della tortura, Pincinella confessa di aver avuto rapporti sessuali con un certo Zulian, un diavolo che da 13 anni le sta nascosto nella gamba e le da infallibili consigli, e di aver partecipato a feste ogni giovedì sera in compagnia di questo Zulian. Ed è a questo punto che la storia di Pincinella ci mostra il labile confine tra religiosità popolare e eresia.

Zulian ricorda, per certi versi, S. Giuliano, il santo ospedaliere, protettore di malati e guaritori mentre le feste descritte da Pincinella, e interpretate dagli inquisitori come Sabba, potrebbero essere state feste popolari, particolarmente licenziose ma verosimili.

Ciliegina sulla torta, Pincinella confessa al processo di aver ricevuto anche in carcere una visita di Zulian e rifiuta l’avvocato della difesa. Insomma Pincinella è rea confessa e la condanna al rogo per stregoneria non tarda ad arrivare.

La pira è pronta e Piazza Loggia è gremita, nonostante il caldo delle afose sere di luglio, tutti aspettano la strega. Quando Pincinella viene legata al palo qualcuno grida: “Bruciamo la strega. Al rogo”, e così tra i rosari del clero e l’estasi della folla anche Brescia ha bruciato la sua strega.

 

 

 Liberamente tratto da “Aborto. Una storia dimenticata”, Gianluca Gatta, ed. Pragma, 1997

 

 

 

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